Kenya: ricordi e riflessioni

In questi giorni mi sono ritrovata a raccontare del Kenya, della prima volta a Malindi nel 2009 e della seconda a Watamu dopo solo 12 mesi e ho realizzato, una volta di più, quanto il Kenya mi abbia segnato.

Sono convinta che viaggiare apra la mente, aiuti a crescere e che, obbligandoci ad uscire dalla nostra zona di comfort, ci spinga ogni volta sempre più in là, sopra quelli che noi crediamo essere i nostri limiti.

Il viaggio in Kenya non è stato il mio primo “viaggione” ma è senza dubbio uno di quelli che più mi ha segnato. È stato come ricevere un pugno nello stomaco che, subito dopo, ha lasciato spazio ad una sensazione di farfalle che torna a farsi sentire ogni volta che ricordo questo viaggio o parlo di questa magnifica terra. Non è facile descrivere tutte queste sensazioni con le parole, è qualcosa di profondo e personale che anche dopo tanti anni non mi abbandona. Qualcuno penserà subito al Mal d’Africa ma non è una definizione che mi piace. Ho sentito così tante volte il termine Mal d’Africa, anche da persone che non ha messo naso fuori dal resort e che difficilmente possono aver assaporato l’Africa, e non voglio associare qualcosa di così unico e personale ad un termine così abusato e banalizzato.

Abbiamo prenotato il primo viaggio solo 3-4 giorni prima della partenza e sono partita totalmente impreparata, senza avere il tempo di leggere, informarmi. Oggi, con il senno del poi, rifletto e penso che difficilmente si riesce ad essere veramente preparati ad affrontare l’Africa. Che anche se avessi letto tutte le guide, le riviste e gli articoli on line non sarei  mai stata veramente pronta. Anzi, spesso ringrazio per non averlo fatto. Sono partita senza aspettative e, lo ammetto, con qualche preconcetto, ma ero una tela bianca su cui imprimere indelebilmente il mio legame con questa terra con il rosso della savana.

L’Africa mi ha sorpreso e incantato ancor prima di atterrare. Durante il primo viaggio l’aereo ha sorvolato il Monte Kilimangiaro! Una delle 7 cime del pianeta e la montagna più alta di tutto il continente africano. Guardare fuori dal finestrino di un aereo può essere noioso o riservare viste incredibili, quel giorno la meraviglia prese il posto della noia.

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Il Monte Kilimangiaro dall’aereo
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Il Monte Kilimangiaro

Atterrati a Mombasa, ancora non lo sapevo, ma stavo per ricevere il famoso pugno nello stomaco di cui parlavo. Appena misi il naso fuori dal portellone dell’aereo sono stata investita da quello che ormai per me sarà per sempre “odore dell’Africa”: un misto di terra, cherosene e copertoni bruciati, il tutto trasportato da un’aria umida, calda e avvolgente che in pochi secondi è entrata nelle mie narici e sotto la mia pelle, ritornando quasi a farsi sentire quando riguardo le mie foto o ricordo il viaggio in Kenya.

Il tragitto dall’aeroporto di Mombasa a Malindi o Watamu dura circa 2 ore, passando dalla periferia di Mombasa a villaggi più o meno grandi ma sempre sviluppati lungo la strada principale.
La vita scorre dall’altra parte del finestrino ma nella sua ripetitività non è mai la stessa. Bambini che vanno o tornano da scuola, donne che tornano dai pozzi d’acqua trasportando barili di chili e chili in equilibrio sulla testa, anziani ai bordi della strada che guardano lo scorrere delle auto, donne che cucinano lungo i bordi della strada o vendono la poca frutta che hanno a disposizione.

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Beach boys a Watamu

Una volta arrivati sulla costa il contrasto tra il mondo dei turisti e dei locali è stridente. Il tratto di costa tra Malindi e Watamu è un susseguirsi di hotel di lusso, resort e ville, di palme, scorci di paradiso che fanno a pugni con i villaggi di 3.000 persone fatti di case di fango poco più all’interno. Ma questa è l’Africa e anche se il nodo in gola è inevitabile, è il turismo che nel bene e nel male permette, almeno a chi vive sulla costa, di cavarsela un po’ meglio di chi è nei villaggi dell’entroterra. Per questo appena metterete naso in spiaggia sarete letteralmente circondati da decine di ragazzi, i beach boys, che cercheranno di vendervi escursioni o oggetti in legno, quadri, parei, braccialetti, scudi masai… Saranno insistenti, molto, a volte anche troppo, ma se riuscirete a farli parlare e a parlare con loro, capirete un po’ meglio l’Africa e se sarete fortunati, come lo sono stata io, il Kenya non vi abbandonerà più e si tatuerà nei vostri cuori e ricordi.

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